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Townstories

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Il cortile dell’inferriata

Antonio Machado Sanz
(Traduzione Luigi Prinzi)

Lo vidi la prima volta che visitai l’Alhambra di Granata, fu nel 1968. A maggio.Mentre l’Europa tentava di scrollarsi di dosso, quasi fossero polvere, le idee ereditate dal passato, destinate a cadere, io non finivo di ammirare estasiato lo splendore della sua bellezza.

Guardai stupito le porte dell’Alhambra, ognuna di loro mi raccontava mille e una storia dal differente significato. Nelle magnifiche sale, decorazioni lussuose mostravano ancora i segni della magnificenza di quel luogo nei suoi giorni di splendore. I giardini ed i cortili riflettevano ancora la cultura del verde e dell’acqua, che i loro abitanti, nel corso di tanti secoli, seppero mantenere al rango elevato di scienza.

Dopo aver girato in lungo e in largo, finalmente lo trovai vicino al belvedere di Lindaraja ed al giardino di Duraxa. Era un piccolo cortile, ombroso per il fatto di trovarsi praticamente rinserrato tra alte pareti rosse e la sua facciata del lato sud, era cinto, a guisa di corona, da una serie di inferriate, che danno il nome al complesso.

Lo spettacolo mi rapì a tal punto, che pensai “Se qualche giorno mi perdo, che vengano a cercarmi qui”.

Fu costruito dall’imperatore Carlo V. La sua unica decorazione arborea è costituita da quattro cipressi, che vegliano su una minuscola fontana di alabastro, formata da una colonna che sostiene un piatto a forma di conchiglie marine. E, alla base, c’è una piscina di dimensioni ridotte, che nasconde la sua ricchezza sotto al pavimento. Il contrasto con l’esplosione di colori che avevo conosciuto, fece sì che il complesso con la sua sobrietà e semplicità, con il suo zampillo ed i suoi alberi, elevandosi al cielo quasi ad esprimere una domanda di pace e di tolleranza, ed il mormorio cullante della piccola fontana, quasi a placare l’affanno, mi invogliassero a meditare, allo stesso modo che mi fossi trovato nella tranquillità di un chiostro castigliano.

Questo luogo elevò il mio spirito e mi fece provare un senso di pace e di calma, che mi fece ritrovare d’incanto qualcosa che ridava senso alla mia identità, trasferendomi in volo in altri spazi ed epoche. Dal primo momento sentii che le mie radici erano sotto terra vicino ad uno qualsiasi di quei quattro cipressi e che la mia esistenza dovette trascorrere in quei paraggi in un altro tempo ormai molto lontano.

Ho visitato Granata più di sei volte, e nel corso di ognuna ho rivissuto nel “Patio de la Reja” (Il cortile dell’inferriata) quelle sensazioni vivide della mia gioventù.