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Townstories

Stand:


Dove si sente a casa Ugo - Dove mi sento a casa io.

Renata Caratelli

Ieri, subito dopo il pranzo, saranno state le tre, mi sono appisolata distesa sul mio letto. Ero stanca perché, com'è d'uso in casa mia, avevo apparecchiato per sette e cucinato e servito per dieci, tant'era la fame di quei quattro amici di mio figlio, ventenni scassacazzi come lui. Stavo dunque nel dormiveglia, nella penombra accogliente della mia camera, le palpebre chiuse e un braccio penzoloni dal letto, quando il mio braccio fu sfiorato da qualcuno. Socchiusi gli occhi e nella penombra vidi che vicino a me stava Ugo che mi fissava.

"Ugo, lo sai che non devi entrare nella mia camera! -esclamai- Tornatene a letto!" Per tutta risposta Ugo mi tirò per la manica come fa quando vuole che io vada con lui. "Ugo, si può sapere che cosa vuoi? Dici che vuoi andare in terrazza?". In quel momento mi ricordai che quando di mattina ero uscita lo avevo chiuso fuori con un gioco e il suo lettino, come faccio sempre ogni volta che esco, per via degli allarmi che suonerebbero se qualcuno restasse in casa.

Allora lo rassicurai: "Ho capito, ho dimenticato di riportare dentro il tuo lettino. Ma è possibile che tu intanto non riesca a sdraiarti da qualche parte e a lasciarmi cinque minuti in pace?".

Lui mi fissava con i suoi begli occhi intelligenti. "Il lettino è la mia casa. Che faccio io senza?" disse. Ed io: "Ma dai, la tua casa…la tua casa sarà grande come il nostro appartamento, non come il tuo letto…". E lui di rimando: "Io una piccola casa e una grande casa".. Ed io: "Dio mio, ho già sentito questa storia, brr…forse la grande patria, la piccola patria e s'ammazzorno…Ma qui si cincischia. In conclusione: quando andiamo in campagna a Ronciglione tu hai anche un'altra casa!". "A Ronciò -rispose- io ci ho lo letto mio. Sacc'io, sortanto lì me sento veramente dentro casa. Letto mio m'appartiene e nissuno ce se pole mette sopra. Sta davanti a lo caminetto dove tu ce cucini e me tiri qualche boccone bono. Ce dormo e ce magno"."Allora io: "Di' un po', perché ti sei messo a parlare nel dialetto di Ronciglione? Lo sai che io non lo capisco bene…". E lui: " E' che quando parlo di casa mia devo parlare la mia lingua. Io sono nato a Ronciglione, è lì che ho le mie radici, è lì che mi sento veramente a casa.". "Ho capito, risposi: mangia come parli, la mia lingua è la più bella del mondo... Le conosco queste storie". E di tutto rimando lui, gonfiando di orgoglio il petto, riprese: "Io ho avuto la fortuna di nascere nel posto più bello del mondo, in mezzo ai noccioli di razza "gentile" i più pregiati è lì che ho fatto la mia prima pipì…e mia madre era bionda come me, poiché noi siamo del Nord, discendiamo dagli inglesi, dalla famiglia Cairn". Allora io: "E' vero che sei biondo, forse un po' rossiccio, ma che c'entra? Anche quelli che sono neri o bianchi vanno bene, grossi, piccoli, nord, sud, vanno bene…". Al che lui si affrettò a rispondermi: "Lo dici tu, però io nella mia casa non ce li voglio; go home! Che se ne stiano a casa loro. D'altronde quando a Roma mi porti nel giardinetto di Piazza Venezia li riconosco dalla puzza i forestieri…Dipende da quello che mangiano…Non ho mai capito che cosa mangino i cani indiani che hanno i padroni vegetariani. Puzzano di cherri…". "Ma via, lo interruppi, mangiano come te le crocchette forse marca Friskies proprio come le tue ". E lui: "Porca miseria, mi dimenticavo che con questa globalizzazione mangiamo tutti le stesse cose. Ma io mi salvo: ogni tanto mi sdraio sul mio lettino e mi sgranocchio una nocciolina, ché squisite come quelle di casa mia non esistono al mondo. Ah, come mi sento bene a casa mia!…". Quando dopo una mezzora mi sono alzata dal letto, Ugo era sparito.

* * *

"Do…do…dove mi sento a casa io?" mi domandai mentre, al suono di un minuetto proveniente dal soggiorno dove quell'impenitente melomane di mio marito imperversa giorno e notte con la sua musica, " ed io dove mi sento a casa io?", mi sono dunque domandata mentre in cucina mi stavo preparando un buon caffè, dopo la piccola siesta in cui il cane Ugo mi aveva appalesato le sue idee. Avvolta dalla fragranza che si sprigionava dalla caffettiera in bollore e subito immersa nell'incomparabile gusto del primo sorso di un dolce caffè caldo come un astronauta catapultato su un pianeta di delizie, fui subito colpita dall'evidenza: "Porca miseria in fondo in fondo somiglio a quel bastardello di Ugo. Io mi sento in casa mia in camera da letto e in cucina, se non sbaglio i soli spazi che lo strapotere maritale ha da sempre concesso alla creatività donnesca. I luoghi dove una donna ausculta il fluire della vita: fantasticherie e creazioni, essere e fare, lecito e illecito, vivere se stessa e vivere altrove. E quella storia della casa piccola e della grande casa? Oddio, sì anch' io come Ugo ho una piccola casa, quella, o piuttosto quelle dove vivo a Roma e a Ronciglione e poi ho una grande casa e la grande casa sono tutte le case dove ho vissuto nella mia vita e tutte quelle che avrei voluto avere nei miei viaggi reali o immaginari. Figuratevi che per anni mi sentivo a casa mia sul Palatino nel palazzo di Cesare Ottaviano Augusto. Io gli cucinavo i pescetti fritti che gli piacevano tanto mentre Virgilio ci leggeva l'Eneide e Orazio recitava le sue Odi: "Vides ut alta stet nive candidum Soracte" (1.9). Ed è ricordando il mio amico poeta che nel cimitero di Ronciglione, in alto, sulla vallata che ha all'orizzonte il monte Soratte, mi sono fatta costruire quella che sarà la mia ultima casa: "Vedi come si staglia candido di alta neve il Soratte…". Dopo il Palatino ho messo su casa in Francia con Voltaire e lui ha plasmato la mia mente e il francese è diventato la mia seconda lingua. Quante discussioni con Federico Secondo di Prussia quando fummo ospiti da lui a Berlino…E poi ebbi casa in Russia da Pietro il Grande quando con le sue mani costruiva un bastimento e come era dolce il russo che lui mi insegnava quando diceva ià vas liubliù! E come dimenticare la mia casa di Niamey la Rossa sul Niger, un fiume così largo che lo sguardo non poteva abbracciarne le rive, con tutti quei bambini ridenti che mi correvano sempre dietro…"

E non fu mai guerra.
"Bau! Bau!" Ugo mi richiamò all'ordine. Gli avevo promesso di riportare dentro il suo lettino, pardon, la sua casa.

renata.caratelli@libero.it