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Townstories

Stand:


Il dopoguerra

di Franco Buoncristiani


"E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio…"
S. Quasimodo, "Giorno dopo giorno"

Era successo di tutto in quei mesi, ma il ritorno fu trionfale: più di 450 Km. percorsi seduto su un sellino installato sul manubrio di una vecchia bicicletta, con mio padre che aveva pedalato instancabile per giorni e giorni attraverso un'Italia ridotta ad un cumulo di macerie materiali e morali, prima per venirmi a riprendere da quel buco di paese da cui avevo visto passare il fronte, poi per riportarmi a Roma, a casa mia, finalmente!

Era veramente successo di tutto: la paura dei bombardamenti, il terrificante rumore degli aerei che passavano a bassa quota mitragliando senza tregua, la fuga e lo scaraventarsi dentro ai fossi con il cuore che sembrava dover scoppiare per il terrore. L'occupazione rabbiosa dell'ex alleato tedesco si realizzava da noi con le continue retate alla ricerca di uomini e beni, di qualunque genere fossero. Mio zio, non più giovane, era spesso condotto a fare lavori di scavo e di riparazione delle installazioni militari dei dintorni, continuamente bombardate, ed una volta fu colto in fragrante mentre rubava del pane in fureria. Minacciarono di fucilarlo, poi si limitarono ad umiliarlo tenendolo un giorno ed una notte a far la guardia con una scopa in mano. Per quell'orribile pane nero e salato aveva rischiato la vita, ma la fame era tale che si era disposti a tutto. Quando la linea del fronte si era avvicinata avevamo lasciato le nostre case e ci eravamo arrampicati sul Monte Pisano, tra boschi e rifugi di pastori, e da li, ascoltando il rombo del cannone e le sparatorie notturne tra i partigiani e gli occupanti, avevamo atteso l'arrivo dei nuovi alleati. Roma era stata più volte ferocemente bombardata, i quartieri attorno alla ferrovia erano i più colpiti, e tutti eravamo in ansia per la sorte dei miei genitori. Con difficoltà eravamo riusciti a sapere che erano in salvo, ma altre comunicazioni, con il fronte che ci divideva, non erano state possibili. Il giorno che dalla strada bianca che saliva verso il monte vedemmo il polverone alzato dalle jeep e dai Dodge dei liberatori fu un giorno di festa indimenticabile. Noi bambini fummo i primi a correre loro incontro e, come i nativi americano che accolsero Cristoforo Colombo, ne fummo ripagati con oggetti dai colori e dagli odori conturbanti: il chewing-gum alla menta piperita, caramelle violette al cinnamomo, pacchetti di sigarette decorati da un bellissimo cammello o da un marinaio barbuto inquadrato in un salvagente, confezioni liofilizzate di caffè , insomma un vero bengodi!

Dopo qualche tempo arrivò mio padre, in bicicletta, con altri padri mossi dalla stessa preoccupazione. Era morto di fatica, ma cominciò subito ad organizzare il ritorno. L'Italia non c'era più, era sparita sotto le macerie della guerra. Non c'erano più ferrovie, né auto, né ponti, né strade. La circolazione privata era proibita (la guerra, al nord, continuava feroce), e gli alleati avevano stabilito posti di blocco che impedivano il transito sui percorsi principali. Quando partimmo verso Roma per quella avventura indimenticabile sapevamo che avremmo dovuto allungare a dismisura il percorso proprio per evitare i blocchi stradali. Lasciammo il mio paese dove, bruscamente risolte nelle prime ore della liberazione le inevitabili rese dei conti con i gerarchi fascisti locali, si era instaurata una specie di festa continua: la gente ballava irrefrenabilmente ogni sera, e avrebbe continuato a farlo per mesi. La squadretta di genitori ciclisti, con i bimbi sistemati in vario modo (chi, come me, sul manubrio, chi sulla canna, chi dietro al sellino) si incamminò verso sud per vie secondarie. La prima esperienza forte si presentò quasi subito, quando dovemmo guadare l'Arno. Al contrario dei canali che fino ad allora ci si erano parati davanti, e che avevamo attraversato grazie a Caronti improvvisati che avevano immediatamente fiutato l'affare del momento e si erano attrezzati con vecchie barche da pesca semisfondate, qui la corrente era forte e non c'erano barche. Un sancristoforo gigantesco ci prese in spalla uno alla volta, noi e i mezzi, e fendendo la corrente con l'acqua che gli arrivava alla gola ci portò tutti sull'altra riva.