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Townstories

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La città personale

di Luciana Rampazzo


Io non sono nata a Roma, ma a Treviso, una piccola città veneta, di origine medioevale, come tante città del Veneto. Solo che la parte medioevale della città è stata ridimensionata dai pesanti bombardamenti americani e più che dalle case e dai palazzi, si può intravvedere la sua struttura medievale dai vicoli, dai canali e dalle piazze.
Ho lasciato la città pochi mesi dopo essermi laureata e sono arrivata a Roma nei primi anni cinquanta. L'impressione che ho avuto nell'arrivare nella capitale, io che ero una provinciale, è stata inizialmente di grande disorientamenti e di poca comprensione.
Non mi sono precipitata a vedere i monumenti, che conoscevo in cartolina e nei libri di scuola. A Roma ero arrivata per cercare lavoro. Ero cioè una emigrante e, come oggi gli extracomunitari si ritrovano alla stazione Termini o a Piazza Vittorio, io gli appuntamenti li davo a Piazza S. Silvestro o alla Galleria Colonna, due posti centrali, ma certamente non belli.
Anche il quartiere in cui ho abitato all'inizio, non aveva niente di entusiasmante. Era il quartiere dei Mercati generali, abitato da gente che era occupata ai mercati, che si alzava di notte e la mattina aveva già finito di lavorare.
Le case erano piuttosto basse e risalivano ai primi del secolo. Qualche palazzo moderno, fra cui il mio, modesto, ma con ascensore. La romanità era assente.
Ma l'ufficio in cui lavoravo era dall'altra parte di Roma, in un quartiere del tutto diverso: il quartiere Ludovisi. Anche questo quartiere era sorto dopo l'unità d'Italia, nel parco di una villa di una grande famiglia romana, di cui non era rimasta traccia.
Lo stile prevalentemente era quello umbertino, perché c'erano dei vecchi ministeri e palazzi risalenti ancora alla fine dell'800. Ma erano stati costruiti anche molti palazzi moderni e, nell'insieme, aveva l'aria di un quartiere elegante. La strada più importante che l'attraversa è via Veneto, resa famosa da molti film.

Ma per andare da casa mia all'ufficio io facevo ogni giorno con l'autobus, sempre la stessa strada, che passava davanti alla Piramide Cestia, e piùin là davanti ai templi, piccoli, ma quasi intatti, della dea Fortuna e di Vesta.
Ma quello che mi attraeva in particolar modo era la chiesa romanica di Santa Maria in Cosmedin, con il famoso mascherone detto "la bocca della verità". La tradizione dice che se uno mette la mano dentro la bocca della maschera, avendo detto una bugia, la bocca si richiude.
I monumenti di Roma mi venivano incontro. Non ero io a cercarli.
Però più tardi, quasi casualmente, penetrai nel mondo dell'antica Roma. Scoprii i Fori.
Non un museo, non i monumenti più reclamizzati, ma la Roma repubblicana, la via sacra di Orazio.
Ma poi il Palatino, uno straordinario parco, quasi selvaggio, in cui le rovine dei palazzi dei Cesari, erano immerse nel verde, tra gli alberi e i fiori. Non di menticherò mai quella scoperta e ancora oggi, andare al Palatino mi emoziona.
Unaltra volta fu la scoperta dell' Isola Tiberina, col suo ponte romano semidistrutto e i resti romani vicino all'ospedale, alla Chiesa, partecipi di una vita quotidiana.

C'era un'altra Roma che mi piaceva. Quella che andava da piazza di Spagna al Tevere, col suo intrico di vecchie vie intersecantesi. Non tanto Piazza di Spagna, troppo affollata, anche se qualche volta andavo a prendere il tè da Babington, oggi infrequentabile.
Ma, per esempio, via della Croce, dove c'era, anzi c'é ancora una piccola trattoria, da Cesaretto. Celebre non tanto per i suoi piatti raffinati, ma piuttosto per la sua cucina familiare ed economica.
Soprattutto per quelli che la frequentavano: pittori, registi, attori. Io ci andavo con due miei amici deputati che, dopo il pranzo, mi portavano a prendere il caffè a Montecitorio.
Evidentemente all'epoca, non erano necessari molti permessi per entrare in Parlamento.

Tutto sommato, negli anni Cinquanta, Roma era una città provinciale, anche se il cinema la stava rendendo famosa in tutto il mondo.
Mi ricordo lo choc che ho provato al mio primo contatto con i romani. Venivo da una città in cui grazie, prego e scusi sono d'obbligo. Quando ho preso l'autobus le prime volte, pigiata come una sardina, con grappoli umani sospesi fuori dalle porte, le parole che sentii dire erano "ahò", "embè", "ma che voi", "chi te conosce" e altre impronunciabili, che allora mi scandalizzavano è più. Sono diventata romana.

Luciana Rampazzo